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Intervista ad Antonio Albanese “I Topi” la fiction di cui è autore e regista

L’attore ha provato ad immaginare l’esistenza quotidiana, di chi sfugge alla legge, con una serie TV

Antonio Albanese ne I Topi è Sebastiano, un boss mafioso blindato nella sua casa bunker: «Praticamente un imbecille, sfugge alla prigione per rinchiudersi un un’altra».

Dopo essersi concentrato sul cinema, Antonio, negli ultimi anni è tornato in tv nella duplice veste di regista e protagonista della fiction I Topi in onda su Rai3 il sabato fino al 20 ottobre alle ore 21.40.

La serie tv racconta di un boss mafioso blindato in casa con la famiglia, trattando il tema della mafia con sottile ironia tra il surreale, il grottesco e il paradossale sempre in linea con lo stile comico, colto e raffinato, che contraddistingue l’attore.

Nel cast: Nicola Rignanese, Tony Sperandeo, Lorenza Indovina, Clielia Piscitello.

Da dove è nata l’idea di questa serie, con un tema, la mafia, non facile da trattare e soprattutto ridicolizzare?

«Il progetto è nato tre anni fa mentre guardavo in tv un documentario, dove ho visto un uomo uscire da un armadio bunker dopo 8 mesi. Ho pensato: questo qui è un imbecille. Sfuggi alla prigione per rinchiuderti in un’altra.

Io sono figlio dell’immigrazione, i miei genitori hanno dovuto lasciare la loro terra perché avevano bisogno di lavorare e non riuscivano a vivere serenamente, mio padre ha addirittura abitato in un seminterrato da solo.

Io porto ancora questa realtà tatuata addosso ed è la ragione per cui per tanti anni ho parlato di legalità e illegalità. Eppure, osservando l’uomo del servizio tv, ho sentito il bisogno di guardare le cose da una prospettiva diversa, ho cominciato a fantasticare, ho letto molti libri sui latitanti e mi sono documentato».

Come hai disegnato il tuo nuovo personaggio?

«Tunnel e cunicoli in una villetta. Questo è il mondo in cui si muove Sebastiano. Non gli è stato dato nessun fondamentale, è molto ignorante, fa di tutto per non andare in galera a anni, ma è in galera da anni, lo credono morto.

Ho cominciato a scrivere la storia di quest’uomo che vive come un topo, insieme alla moglie, ai figli, allo zio boss Vincenzo, che ascolta Isoradio e sogna che il protagonista scavi un tunnel per lui, per un tuffo al mare in incognito, uno scherzo non da poco visto che si tratterebbe di oltre 100 chilometri di tunnel. È lì l’ignoranza, la follia».

Sebastiano può diventare uno dei tuoi nuovi personaggi tormentone?

«Sebastiano non è un personaggio inventato, come Cetto La Qualunque o Epifanio, fa parte di un mondo di personaggi che esistono. Non so se durerà, abbiamo più tempo per osservare, io non mi faccio mai condizionare, vedremo».

Con la linea narrativa che hai scelto di usare, su cosa hai puntato?

«Ho voluto raccontare lo stile di vita dei latitanti di mafia, usando l’ironia e il paradosso, con l’intento di far emergere il ridicolo e l’assurdità di quella condizione tra i tanti stratagemmi adottati dai veri boss per sfuggire all’arresto.

La comicità vuole essere anche strumento rivelatore della bestialità e dell’ignoranza delle realtà mafiose che sottraggono nutrimento e sono portatrici di gravi infezioni, come i topi».

Come mai la scelta di una serie tv?

«La mia prima idea era una serie di quattro puntate per la tv. Io non sono un grande esperto, non ho mai visto una serie televisiva. Non riesco a seguirle, è un po’ come le fidanzate dei figli, ti affezioni e poi all’improvviso non ne sai più nulla. Meglio non affezionarsi».

Quando e dove ti vedremo in tv in veste di comico?

«Regolarmente torno in tv, ogni quattro o cinque anni, quando sento la possibilità di dare qualcosa, quando riesco a sorprendere il pubblico».

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